Immagina di avere tantissimi soldi.
Immagina di aver comprato casa.
Una casa accogliente, progettata nei minimi dettagli.
Una casa in cui tutto si fonde in un perfetto equilibrio con la natura.
Un luogo dove le forme raggiungono la perfezione, in un’armoniosa fusione di estetica e geometria.
Non resta che festeggiare!
Dopo aver speso tutti quei soldi dovrai pur farla vedere a qualcuno, no?
Organizzi un mega party con tanti amici.
Mentre sorseggiate una bottiglia di Champagne, immersi in una conversazione piacevole e spensierata…
“Plic”…
…“plic, plic”…
Ma cos’è?
Rimani in ascolto per un momento, ma non accade nulla.
Con un sorriso, continui la conversazione come se niente fosse, senza dare troppo peso al piccolo rumore.
“Plic, plic, plic”…
Questa volta, però, non è solo un suono che percepisci.
Senti una lieve pressione sulla testa, come un tocco leggero ma deciso.
Una pressione sui tuoi capelli, pettinati con cura, perfetti per essere presentabile agli ospiti.
Cerchi la fonte di quel “plic”.
Guardi in alto.
E mentre alzi la testa te ne cade una dritta in fronte. “Plic”
Una goccia.
Dal soffitto!

Non puoi credere ai tuoi occhi ma una goccia d’acqua ti è appena caduta sulla fronte!
Nella tua nuova casa dal design raffinato e in armonia con la natura, durante una festa di inaugurazione con ospiti entusiasti, in cui tutto sembrava perfetto.
Ti si congela il sangue nelle vene ma fai finta di nulla.
Gli ospiti se ne sono accorti?
Dovresti farlo notare anche a loro?
Riuscirai a far finta di nulla, trattenere lo sconcerto e goderti il resto della serata?
Bhe no! Probabilmente no!
Io non potrei!
L’unica cosa che (forse) riuscirai a trattenere sono le invettive contro l’architetto!
Spero che tu non ti sia mai trovato in una situazione simile, ma per il caro Herbert Johnson le cose sono andate proprio come ti ho appena raccontato.
Herbert Johnson, grande businessman americano e committente della celebre Wingspread House, un giorno si ritrovò a fissare il soffitto della sua lussuosa villa mentre delle gocce d’acqua cadevano sulla sua testa, e, indignato, non poté fare a meno di incolpare il padre dell’architettura organica, Frank Lloyd Wright.

Più avanti ti racconterò cosa rispose Wright quando Johnson, furioso, lo chiamò per lamentarsi dell’accaduto.
Per ora, ho voluto condividere questo aneddoto perché ci introduce al tema della sperimentazione in architettura.
Quella stessa sperimentazione che Wright, con la sua visione audace, abbracciò pienamente anche a costo di mettere alla prova la pazienza di qualche cliente.
Lasciamo per un momento Wright, Johnson e gli anni 30’ del secolo scorso e consideriamo il nostro tempo.
Spostiamo l’attenzione dall’architettura organica e concentriamoci su una delle sue “evoluzioni”: la Bioarchitettura.
La domanda a cui dovremmo rispondere è:
Possiamo considerare la Bioarchitettura una disciplina sperimentale?
Possiamo davvero definire sperimentale l’uso di tecniche costruttive e materiali naturali, quando già cento anni fa Wright promuoveva un’architettura in armonia con la natura?
E soprattutto, possiamo sacrificare l’adozione su larga scala della Bioarchitettura solo perché qualcuno, ingiustamente, la considera ancora un campo non collaudato e incerto?
Questo qualcuno è spesso chi, parlando ad esempio delle case in paglia, esordisce con “Ma non è troppo fragile?” o ancora “E se prende fuoco?”.

Ai professionisti esperti tocca rispondere che “all’alba dei cambiamenti climatici cui assistiamo tutti i giorni la bioarchitettura rappresenta una risposta concreta, matura e lungimirante alle sfide dell’abitare contemporaneo”
Ma compito dei professionisti esperti è anche quello di riconoscere e affrontare le perplessità e i dubbi che molte persone continuano a nutrire riguardo alla validità e poca sperimentazione della Bioarchitettura.
Bene. Ogni dubbio è legittimo e potrebbe essere il punto di partenza per una ricerca costruttiva.
Allora non ci resta che risolvere questi dubbi.
Non ci resta che creare un dialogo aperto tra professionisti, convinti del valore della bioarchitettura, e tra coloro che si avvicinano a questo mondo con scetticismo.
Un passo che tutti (me compresa) abbiamo compiuto all’inizio.
Quindi?
La bioarchitettura è ancora in fase sperimentale?
No.
O meglio Ni.
La bioarchitettura non è sperimentale perché si basa su tradizioni costruttive millenarie che usano materiali naturali e progettano edifici in armonia con il clima.
Siete mai stati all’interno di un trullo, in estate, quando fuori ci sono 40 gradi all’ombra? Se la risposta è no, aggiungete questa esperienza alla lista delle cose da fare nel vostro prossimo viaggio in Puglia.
Vi sorprenderà quanto fresco ci possa essere!
La bioarchitettura non è sperimentale perché sfrutta il design bioclimatico secondo cui gli edifici sono progettati considerando orientamento, ventilazione naturale, e sfruttamento passivo dell’energia solare.
Materiali come il legno lamellare, i pannelli di canapa, sughero o l’isolamento in fibra di cellulosa sono ampiamente studiati, certificati e utilizzati in progetti in tutto il mondo. Non si tratta più di soluzioni sperimentali, ma di prodotti standardizzati.
Inoltre è stato ampiamente dimostrato come alcuni edifici possano ridurre i consumi energetici grazie a soluzioni come l’isolamento naturale, l’uso di energie rinnovabili e sistemi di ventilazione controllata.
Ci sono addirittura interi quartieri cittadini già conclusi ed operativi costruiti seguendo i principi della bioarchitettura.
Il quartiere solare “Am Schlierberg” dell’architetto Rolf Disch a Friburgo è un esempio e rappresenta una delle tante soluzioni pratiche per rispondere alle diverse esigenze di sostenibilità.
Margherita! Ma allora come mai, nonostante queste dimostrazioni, alla domanda “La bioarchitettura è ancora in fase sperimentale?” hai risposto con un “NI”?
Perché l’essere umano è pigro. Ciò che non conosciamo ci mette sempre un po’ a disagio.
Ecco!
Diciamo che una parte della bioarchitettura rimane sperimentale perché la percepiamo come inconsueta e innovativa.
Temiamo il cambiamento, anche quando è un cambiamento in meglio.
Pensiamo che la bioarchitettura rompa con abitudini.
Ad esempio la nostra abitudine di utilizzare acciaio e cemento. Un’abitudine, tra l’altro, che abbiamo sviluppato negli ultimi cento anni e solo dal dopoguerra.
Pensiamo che introduca materiali, soluzioni e approcci che, pur essendo validati dalla scienza, non fanno ancora parte dell’immaginario comune.
Certo! Le case in terra cruda non faranno parte dell’immaginario della Gen Z ma delle generazioni precedenti invece sì.
Per i nostri nonni non c’è nulla di sperimentale. Alcuni di loro le hanno costruite con le loro mani prima ancora che le università di ingegneria e architettura elargissero diplomi.
E infine temiamo che la Bioarchitettura sfidi il “tradizionale” concetto di costruzione.
Tradizione di chi? Il Portland lo abbiamo inventato nel 1800.
Gli esseri umani, invece, si riparano nelle loro case, costruite con una serie di altri materiali reperibili in natura, da molto prima.
Il punto è che la bioarchitettura non è conosciuta.
Ecco perché per alcuni è ancora tutto da sperimentare.
I professionisti, architetti, ingegneri ed operai non la conoscono.
Gli studenti universitari non la conoscono.
Allora perché dovrebbe conoscerla il proprietario di casa la cui unica preoccupazione, spesso, è quella di avere un tetto robusto ed una casa asciutta in cui non piova dentro?
Eppure, non è forse proprio questa resistenza, questa mancanza di conoscenza, il terreno di sfida per chi crede nei vantaggi della bioarchitettura? Il nostro compito non è forse quello di trasformare quel “no, non mi convince” in una possibilità?
Di trasformare la riluttanza del “ma se poi…” in una casa che non solo protegge, ma realizza il sogno di vivere in armonia con l’ambiente?
E in fin dei conti cari professionisti, se nei vostri progetti di bioarchitettura qualcosa dovesse andare storto, i più sfacciati di voi possono sempre rispondere alla maniera di Wright.
“Signor Johnson, posso comprendere pienamente la sua frustrazione.
Le ho consegnato una casa nuova, eppure già ci troviamo con un soffitto che perde. E quella figuraccia davanti agli ospiti… è davvero una situazione spiacevole.
Il mio consiglio? Sposti la sedia, e vedrà che non si bagnerà più!”

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