“Per lei signorina?”
“Un Aperol Spritz, grazie!”
Cos’altro se no!
Sono a Milano, nel quartiere Porta Venezia, per l’aperitivo in uno dei miei posti del cuore.
Cocktail fatti bene, stuzzichini gustosi e quell’atmosfera vivace tipica della zona.
Sono seduta fuori, nel dehor affacciato sulla strada, con un gruppo di amici dopo una lunga giornata di lavoro.
Milano a giugno inizia ad essere calda.
Un drink fresco è esattamente ciò che ci vuole.
Provo a spostare un po’ la sedia per sistemarmi meglio ma avverto una resistenza.
Riprovo ma nulla…
La sedia non si sposta!
È una di quelle classiche sedie di alluminio che si trovano un po’ ovunque.
Mi affaccio a guardare in basso per capire che succede.
Una gamba della sedia è finita dentro un buco nell’asfalto del marciapiede.
Con un po’ di forza do una spinta più decisa… e finalmente riesco a liberarmi.
Proprio in quel momento, arriva il mio Spritz.
Non ci penso più!!
CINN!!
“Ogni tanto capita anche a me!”.
Il mio amico indica il buco a terra, quello in cui ero rimasta incastrata.
Lo guardiamo meglio e conveniamo entrambi che sia l’impronta lasciata dal cavalletto di qualche moto.
È una caratteristica che ho sempre trovato curiosa.
I marciapiedi di Milano portano le cicatrici di estati roventi.
Li osservi e capisci se quel pezzettino di asfalto ha ospitato dei tavolini con delle sedie o è stato un parcheggio per biciclette e scooter.
Sembrano dei fossili urbani.
Quelle impronte sono il segno che l’estate in città può diventare insopportabile.
Un calore che non molla mai la presa e si ha l’impressione che ogni anno diventi sempre un po’ più estremo.
Ma non è solo una nostra “impressione”.
Dati alla mano, infatti, la temperatura media delle città durante l’estate è aumentata costantemente negli ultimi anni.
Nel luglio 2024 il gruppo di ricerca del DISAT (Dipartimento di Scienze della Terra e dell’Ambiente dell’Università Milano-Bicocca) ha rilevato, a mezzogiorno, temperature al suolo allarmanti1.
In Piazza Duomo si raggiungono 43 gradi, nel piazzale dello stadio San Siro 66 gradi.
Sì, avete letto bene.
66 gradi.
Non serve aggiungere un altro 6 per sentirsi all’inferno!
Di fronte a queste condizioni, le autorità emanano regolarmente raccomandazioni su come proteggersi dal caldo.
Evitare di uscire nelle ore più calde della giornata, bere tanta acqua e mangiare tanta frutta.
In pratica aspettiamo l’estate e il bel tempo per stare rinchiusi in casa e seguire una dieta equilibrata!
La verità è che queste indicazioni, seppur utili, sono misure di emergenza individuali.
Non risolvono il problema delle morti per il caldo estremo, per cui Milano è la prima in Europa, e non risolvono il problema delle isole di calore urbane.
Sì, siamo naufraghi, più che cittadini.
A volerla visualizzare graficamente un’isola di calore è una curva che rappresenta l’andamento delle temperature su una mappa della città.
In prossimità dei centri urbani ci sono delle curve termiche più alte che rappresentano temperature maggiori rispetto ai territori circostanti.

È per questo che si parla di “isole di calore” o Urban Heat Islands.
Queste isole sono dovute da una serie di fattori tra cui:
– la mancanza di alberi e piante che creano ombra e rinfrescano l’ambiente;
-l’utilizzo di materiali da costruzione che ostacolano la traspirazione e trattengono il calore;
-la scarsa ventilazione dovuta all’altezza dei palazzi.
Come fare allora ad arginare il problema? Come riuscire a vivere la città anche in estate senza il timore di rimanere stecchiti sull’asfalto?
Semplice a dirsi!
Bisogna ripensare il modo in cui abbiamo costruito le città, riprogettarle e trovare soluzioni intelligenti e innovative per affrontare le sfide delle estati che verranno.
Difficile a farsi!
Anche se per fortuna qualcuno ci sta già lavorando su.
Serve solo la volontà e la capacità di utilizzare in modo strategico e creativo elementi naturali e progettuali come:
Ombra;
Vegetazione;
Acqua;
Materiali;
Pianificazione urbana.
Ti mostro qualche esempio!
Partiamo dalle cose semplici.
L’ombra.
Nella sua semplicità, aumentare l’ombra è la soluzione più veloce per ridurre il calore in città nelle giornate più calde.
Dove non è possibile piantare alberi (e nei centri storici spesso non lo è) si possono usare strutture ombreggianti in tessuto che possono essere facilmente rimosse in inverno.
Il primo esempio interessante arriva da Valladolid, in Spagna, dove nel 2021 ha preso vita un progetto pionieristico firmato da Jordi Serramia e Hugo Riquelme, fondatori di SingularGreen, studio di architettura specializzato in soluzioni all’avanguardia contro il cambiamento climatico.
Green Shades è il primo sistema al mondo di tende vegetali installabili su facciate o strutture edilizie.
Queste coperture (tensostrutture geotessili idroponiche) sono composte da piante vive che generano ombra e contribuiscono attivamente al raffrescamento dell’ambiente circostante grazie al fenomeno dell’evapotraspirazione. Agiscono, in pratica, come “condizionatori naturali”.

Tra le soluzioni in forte espansione troviamo anche i “bee bus stop”, pensiline intelligenti che offrono ombra e comfort ai passeggeri, e favoriscono la biodiversità urbana producendo energia pulita.
Il progetto è nato a Utrecht ma in pochi anni si è diffuso in Francia, Belgio e Regno Unito.
Il tetto delle pensiline, realizzato con materiali riciclati o upcycled, viene trasformato in un micro giardino pensile dove crescono erba, sedum e fiori autoctoni che attirano insetti impollinatori e contribuiscono a raffreddare l’ambiente urbano grazie alla capacità delle piante di deviare la radiazione solare e rilasciare umidità.
Al centro della pensilina viene installato un pannello solare, che fornisce energia per l’illuminazione a LED a basso consumo.
Clear Channel società che sviluppa e gestisce queste infrastrutture sta dimostrando come un piccolo intervento urbano possa produrre più ombra, più verde, più energia pulita e un importante contributo alla mitigazione dell’effetto isola di calore.
Lo abbiamo accennato prima!
Non è la più semplice e nemmeno la più veloce.
Ma è sicuramente la strategia più efficace.
Piantare alberi.
Le immagini termiche di città come Roma, Parigi, Vienna mostrano che le zone ricche di vegetazione sono più fresche rispetto ad altre.
Gli alberi e le piante traspirano e durante la fotosintesi rilasciano vapore acqueo che raffredda naturalmente l’aria circostante.
Un solo albero può generare un effetto rinfrescante pari a 20-30 kW. Un’area verde urbana di 1500 metri quadrati può abbassare la temperatura media di 1,5°C, arrivando fino a 3°C nelle ore più calde. I benefici si estendono fino a 100 metri di distanza2.
I cittadini di Medellín, la seconda città più grande della Colombia, hanno compreso subito il potenziale degli alberi e così dal 2017, grazie a una precisa scelta politica, sono stati realizzati 30 corridoi verdi lungo le principali arterie urbane che collegano la città3.
Il progetto ha previsto la piantumazione di migliaia di alberi e milioni di piante di piccole dimensioni, trasformando strade un tempo roventi in veri e propri percorsi verdi.
Il piano ha incluso anche il rinnovamento di 124 parchi pubblici, favorendo il ritorno della fauna locale e creando nuove opportunità occupazionali, soprattutto per categorie fragili della popolazione.
I benefici?
Tanti…
Già nel 2019, le rilevazioni hanno evidenziato una riduzione della temperatura media di 2°C, con proiezioni che indicano un potenziale calo di 4 o 5°C nei prossimi anni, man mano che la vegetazione matura e si sviluppa.
E in Italia invece?
Anche la città metropolitana di Milano dal 2018 ha avviato un piano di forestazione urbana il cui obiettivo è piantare 3 milioni di alberi.
Il progetto “Forestami” è nato come ricerca del Politecnico di Milano e ad oggi promosso dal Comune e dalla Regione Lombardia.
Finora sono stati piantati oltre 611.000 alberi distribuiti in circa 59 interventi che coprono 38 ettari.

Nonostante gli sforzi è però evidente che c’è ancora molta strada da fare.
Vivo a Milano da sei anni ormai. Le estati continuano a essere torride, e gli effetti concreti delle nuove piantumazioni sono, al momento, poco percepibili.
Il motivo è che la maggior parte degli interventi si è concentrata nelle aree periferiche e nelle città satellite dell’area metropolitana, lasciando il centro cittadino, più complesso da gestire, ancora privo di un cambiamento tangibile.
La sfida è avvicinare il verde al cuore della città.
E con il verde anche l’Acqua.
Nei centri urbani l’inserimento di specchi d’acqua, vasche e fontane non è solo un elemento decorativo ma, da secoli, queste soluzioni sono utilizzate come sistemi di raffrescamento passivo.
In climi secchi e aridi l’evaporazione dell’acqua sottrae calore all’ambiente circostante, contribuendo a ridurre la temperatura percepita e a umidificare l’aria.
Per massimizzare il beneficio termico, vasche e fontane dovrebbero essere collocate in aree fortemente impermeabilizzate, come piazze asfaltate e spazi pavimentati, dove il calore tende ad accumularsi.
In questi punti, una semplice superficie d’acqua può ridurre la temperatura percepita anche di 3–5 °C.
Ma oltre agli specchi d’acqua superficiali, sempre più città stanno riscoprendo il potenziale dell’acqua sotterranea come alleata contro il caldo estremo.
A Parigi, ad esempio, c’è la più grande rete di raffreddamento urbano d’Europa che utilizza l’acqua della Senna e che serve diversi edifici in tutta la città.
La rete sotterranea è lunga 110 chilometri e serve oltre 800 edifici, tra cui il Louvre e l’Assemblea Nazionale.
L’acqua del fiume viene prelevata, raffreddata e fatta passare attraverso scambiatori termici che abbassano la temperatura degli ambienti interni degli edifici.
L’obiettivo è rispondere alla crescente domanda di climatizzazione riducendo al contempo le emissioni di carbonio.
Nonostante i vantaggi, questo sistema non è privo di criticità, soprattutto per quanto riguarda la tutela dell’ambiente fluviale. Infatti, per evitare di compromettere l’equilibrio ecologico della Senna, l’acqua impiegata nei circuiti di raffreddamento resta sempre separata da quella del fiume e non può essere reimmessa se la sua temperatura è maggiore di 5 gradi rispetto a quella originaria.
Dagli elementi naturali passiamo ora a quelli progettuali.
Viviamo in città che sono costruite prevalentemente da asfalto, cemento, acciaio.
Tutti materiali che assorbono calore durante il giorno e che rilasciano lentamente durante la notte, impedendo all’ambiente di rinfrescarsi.
Scegliere i materiali e le finiture, quindi, non è più solo una questione di “stile” ma diventa un modo per salvaguardare gli edifici e la nostra salute.
In questo scenario in cui è d’obbligo orientarsi verso soluzioni capaci di resistere al caldo, si stanno affermando i cosiddetti cool materials, ovvero materiali e finiture progettati per riflettere la radiazione solare e ridurre l’assorbimento termico.
Per le facciate, ad esempio, sono in commercio intonaci e pitture riflettenti (cool paints) contenenti pigmenti ad alta riflettanza solare, valutati tramite l’indice SRI (Solar Reflectance Index).
Altri materiali invece come quelli fotocatalitici, al biossido di titanio (TiO₂), uniscono alla riflessione della luce la capacità di decomporre agenti inquinanti (NOx, VOC) tramite il processo di fotocatalisi.
I tetti invece sono spesso realizzati con membrane speciali e tegole progettate per riflettere più radiazione solare.
Anche le pavimentazioni4 offrono interessanti opportunità di innovazione.
Dal 2017, Los Angeles ha avviato un programma per dipingere centinaia di chilometri di strade con una speciale vernice bianca.
L’iniziativa, adottata anche da altre città, si basa su ricerche tecnologiche e chimiche sviluppate da diverse aziende.
I residenti delle zone trattate riportano benefici evidenti, soprattutto durante le ore serali, grazie al calo della temperatura al suolo.
Particolarmente promettente è CoolSeal, una nuova vernice bianco-grigia originariamente impiegata per mimetizzare i velivoli a terra dai satelliti.

Per ridurre l’incidenza del calore al suolo è possibile intervenire con materiali e con colori ma, dove possibile, si sta facendo strada una strategia ancora più radicale.
Il depaving.
Il termine nasce nel 2008 a Portland, negli Stati Uniti grazie all’associazione Depave.
Il depaving consiste nella rimozione di superfici impermeabili, come asfalto e cemento, per restituire spazio alla natura, migliorando le proprietà drenanti del suolo e diminuire l’assorbimento del calore.
Un esempio?
Il progetto Amsterdam Rainproof, nato per aumentare la resilienza della città agli eventi piovosi intensi.
Tra le varie iniziative di questo progetto c’è Tegelwippen (letteralmente “rimuovere le mattonelle”), che invita i cittadini a togliere le lastre di cemento dai propri giardini per far posto a piante e terreno permeabile e fresco.
Anche Green City Italia, associazione fondata dall’architetto Andreas Kipar nel 2010 e parte di una rete europea, ha lanciato lo slogan “Let’s break it up!” ovvero un invito esplicito a rompere l’asfalto e restituire spazio al verde urbano.
Tra gli ultimi interventi dell’associazione si distinguono la riqualificazione del giardino Pippa Bacca e dei giardini Benedetto Marcello e Falcone-Borsellino a Milano.

Infine parliamo di pianificazione urbanistica!
Sì, perché le isole di calore non sono soltanto una conseguenza del cambiamento climatico ma il risultato di decenni di scelte urbanistiche che oggi non sono più efficaci.
Ecco perché non bastano più soluzioni emergenziali o interventi “cosmetici” ma è necessario avviare una pianificazione territoriale lungimirante ad attenta alla relazione tra uomo e natura.
Sappiamo che la transizione verso città con più infrastrutture naturali non sarà priva di ostacoli!
La sfida, tipica delle città già fortemente urbanizzate come Milano, è:
“Come inserire nuovi spazi verdi in contesti saturi dove ogni metro quadro è già edificato?“
In questo scenario, il dilemma riguarda il difficile equilibrio tra la necessità di densificare, richiesta dalla pianificazione urbana e dalla gestione demografica, e il bisogno di conservare e generare superfici non edificate, permeabili, capaci di mitigare le temperature e restituire ai cittadini qualità ambientale.
Per raggiungere questi obiettivi la sensibilizzazione della cittadinanza è cruciale, soprattutto in contesti dove il patrimonio edilizio è in gran parte in mano ai privati che giocano un ruolo chiave nella trasformazione degli spazi pubblici.
Non è infatti, solo una questione di pura progettazione dello spazio ma esiste una dimensione sociale che non può essere ignorata perché le ondate di calore modificano il nostro stile di vita, alterano i ritmi quotidiani, i tempi del lavoro, le relazioni sociali.
Le isole di calore sono il sintomo evidente di un modello urbano che ha esaurito la propria capacità di risposta alle sfide contemporanee.
Se vogliamo che Milano, e le città del futuro, restino luoghi in cui vivere bene, dobbiamo investire oggi in soluzioni strutturali ed inclusive perché nei prossimi anni nemmeno il migliore Spritz della città basterà per rinfrescarsi un po’!
- https://www.rainews.it/video/2025/07/66-gradi-sullasfalto-del-piazzale-di-san-siro-la-misura-della-termocamera-caldo-a-milano-2ffb53af-c7f3-412a-aa39-c0690a4d7c22.html ↩︎
- https://genova.coldiretti.it/news/bastano-31-mq-di-verde-a-persona-nei-parchi-per-abbassare-la-temperatura-fino-a-3-gradi/ ↩︎
- https://www.medellin.gov.co/geomedellin/ ↩︎
- https://www.epa.gov/heatislands/using-cool-pavements-reduce-heat-islands
↩︎

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